Danni collaterali.

Come vent'anni di berlusconismo hanno fatto perdere la bussola alla Sinistra: prima la morale, poi il femminismo illiberale e adesso la privacy.

di Jonathan.

(9 luglio 2011)

 

 

Un noto aforisma afferma che non bisogna discutere con gli stupidi perchè ti faranno scendere in basso al loro livello.

Non sono del tutto convinto che sia vero, tuttavia mi chiedo se nel caso dello scontro tra la Sinistra italiana e Berlusconi non stia accadendo qualcosa di simile, sostituendo all'aspetto stupidità (che pure, ahimè, anche a Sinistra non manca) quello dello scardinamento di alcuni principii base della democrazia.

Ovvero se la Sinistra, nella sua pur comprensibile e giustificata ansia di abbattere il tiranno mediatico, vera e primaria minaccia allo Stato di Diritto da vent'anni in qua, non stia abbassandosi quasi al suo livello di pericolosità per le concezioni democratiche.

E’ da qualche tempo che assisto, piuttosto sconcertato, a tale deriva della Sinistra, a tale abdicazione di valori, che non è generica ma va dritta contro alcuni dei valori tutelati dalla Costituzione.
L’ultima tendenza che ho rilevato, acuita dalle recenti polemiche sulle intercettazioni, è quella di una sbalorditiva indifferenza al valore della privacy, che pure è un diritto tutelato dalla Costituzione e di cui la Costituzione stessa precisa motivazioni e linee guida per eventuali violazioni che rendano necessarie eventuali deroghe al rispetto di tale principio.

Prima di arrivare a quest’ultimo punto, voglio rammentare altri temi in cui la Sinistra, o almeno parte di essa, ha recentemente adottato posizioni che, per come si sono sviluppate, ritengo ampiamente censurabili.
Mi scuso per la prolissità ma credo che sia bene avere una visione più ampia del quadro che, purtroppo, si è sviluppato.
Anche perché, a mio avviso, su questi temi “tout se tient”, come dicono i francesi.

 

La morale, il sesso e il femminismo.

Da anni ho denunciato i pericoli di un insorgente moralismo "di Sinistra", sviluppato ed alimentato dalla comprensibile volontà di sfruttare i passi falsi di Berlusconi sul piano della "morale" (caso Noemi, caso D'Addario, caso Villa Certosa, caso Ruby).

Questo pericolo si è concretizzato ed è sfociato nella nota martellante campagna sulla "dignità della donna", di cui personaggi come Concita De Gregorio e Gad Lerner sono tra gli esponenti più in vista (devo dirlo, ancor prima di tale campagna non consideravo "un'aquila" nessuno dei due, mi spiace di aver ricevuto conferma).

Campagna estremamente ambigua e pericolosa, che furbescamente, agitando una bandiera "di civiltà", prende il posto di battaglie mediatiche che altrimenti sarebbero state puramente moralistiche a base sessuofoba, campagne che erano possibili ma che probabilmente non sono state viste così efficaci in un paese che, al fondo, non è affatto bigotto.

In effetti, in tutte queste vicende berlusconiane a sfondo sessual-moralistico è quasi completamente mancato un attore che ci si sarebbe aspettati di trovare in primissima linea: la Chiesa Cattolica.

A causa di un palese orientamento simpatizzante delle gerarchie vaticane verso il centrodestra del pur "gaudente" e "peccatore" Berlusconi, la Chiesa è stata timidissima, soprattutto fin quando ha creduto ad una inattaccabilità elettorale di Berlusconi, nella condanna verso i comportamenti sfrenati da satiro del Premier.

Niente paura, ci ha pensato la Sinistra a prendere il posto della Chiesa. Sia nell’appoggiare certe posizioni moralistiche sia, incredibilmente, nel difendere all’opposto certe posizioni “moralmente” e politicamente indifendibili.
Grande confusione sotto il cielo di una certa Sinistra, purtroppo.
Un solo cenno ad un caso esemplificativo: l’atteggiamento della Sinistra sul cosiddetto “caso Boffo”.

 

Il caso Boffo: come la Sinistra ha perso la bussola della Verità.

Mentre la Chiesa inizialmente (evidentemente tramortita dalla scopritura di certi altarini) non faceva neppure convinto quadrato attorno a Dino Boffo, ci pensava la Sinistra a mistificare le cose coniando, per criticare il criticabilissimo Feltri, giornalista a libro paga di Berlusconi, il termine "metodo Boffo".

Metodo diffamatorio che esiste realmente e che viene normalmente praticato dalla stampa berlusconiana ma che, paradossalmente visto l'esempio preso per denominarlo, nel caso Boffo è applicabile solo in parte.

Se infatti è indubbia la scorrettezza di Feltri nel far passare per "informativa di Polizia" una patacca, la sostanza della vicenda era vera: Boffo ha realmente ricevuto una condanna penale per molestie telefoniche a motivazione sessuale (dal dispositivo della sentenza, è stato condannato per il «reato di cui all'articolo 660 c.p. perché, effettuando ripetute chiamate sulle sue utenze telefoniche nel corso delle quali la ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela) per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia a '...omissis...'. In Terni dall'agosto 2001 al gennaio 2002»  http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_01/terni_boffo_gip_decreto_penale_d85fd2ac-96e5-11de-864c-00144f02aabc.shtml ).

Cosa tutt'altro che trascurabile per un giornalista cattolico moralista ed omosessuale (non sarà mai stato "attenzionato" dalla Polizia per le sue tendenze sessuali, ma Boffo non ha mai negato di esserlo), direttore del quotidiano dei vescovi, ovvero della gerarchia di una Chiesa che è sia motore di moralismo a sfondo sessuale che una delle maggiori forze anti-omosessuali del globo.
Una posizione "politicamente" insostenibile, sia per l'accusato che per la Chiesa stessa, quella di un omosessuale cattolico e moralista condannato per molestie sessuali e contemporaneamente messo alla direzione del quotidiano dei vescovi!
Un concentrato di ipocrisia che purtroppo nella Sinistra italiana soltanto il lucido Franco Grillini ha avuto il coraggio di denunciare (http://www.ilfazioso.com/grillini-giusto-smascherare-moralizzatori-boffo.html), peraltro immediatamente coperto di improperi da parte di tanti superficiali commentatori della sua stessa parte politica.

La Chiesa alla fine, quando (dopo aver ricevuto sostanzioso appoggio politico dalla Sinistra) ha cercato di recuperare l'immagine propria mediante il recuperare l'immagine di Boffo (che, ricordiamolo, era celermente stato rimosso da direttore de l'Avvenire), ha intorbidato mediaticamente le acque, tentando di far passare la condanna ad una pena pecuniaria per un reato penale (di quel genere!) come fosse una bazzecola, come "ce ne sono tante", quasi fosse una lite di condominio. Missione impossibile presso chi le cose sa vederle, purtroppo riuscita presso la stragrande maggioranza della Sinistra italiana.

La quale Sinistra ha "adottato" il moralizzatore ipocrita Boffo quale "vittima", manco fosse un eroe civile. E che ancora oggi usa il "metodo Boffo" come termine per denominare un malcostume giornalistico, senza curarsi del fatto che il malcostume c'era (la “patacca” dell’informativa spacciata da Feltri come vera è imperdonable) ma che c'era pure la sostanza dell'accusa (la condanna, per quei motivi).

Superficialità e Propaganda: 1, Razionalità e Verità: 0.

 

Gli scandali sessuali del Premier e come la Sinistra si è buttata sul moralismo femminista illiberale.

Così come la Sinistra ha svolto un ruolo di supplenza alla Chiesa nel periodo in cui questa era rimasta tramortita dalle rivelazioni su Boffo, così lo ha fatto negli scandali sessuali del Premier, dove la gerarchia cattolica è rimasta quasi inerte (almeno fino a quando Berlusconi sembrava reggere) in ragione della sua alleanza de-facto col Caimano (vedi temi etici).

Non potendo buttarsi facilmente sul moralismo sessuofobo, come potrebbe fare la Chiesa, la Sinistra si è buttata sulla "dignità della donna", in pratica su una forma di moralismo femminista illiberale, mascherato da "battaglia di civiltà".
Alcuni a Sinistra si sono arrogati il diritto di parlare "a nome delle donne", il diritto di decidere della "dignità" altrui, chiedendo anche politiche allineate a questa pretesa. Cosa che è straordinariamente grave alla luce del concetto di libertà di scelta, di come vivere la propria vita ed il proprio privato.

Concita De Gregorio, una delle tante menti-non-lucide della Sinistra italiana, ha una volta ben esplicitato il senso di questa battaglia: non importa neppure sapere se Berlusconi ha commesso reati con i suoi comportamenti, sono i comportamenti stessi che "non devono" essere accettati. Con tanti saluti al diritto di vivere il proprio privato come si vuole, a patto di non commettere reati.

I politici di sinistra hanno in gran parte seguito questi pifferai magici dalla confusa e pericolosa ideologia filofemminista, in nome del "politically correct" e della speranza di scardinare con questi argomenti il fortino berlusconiano.

Non mi dilungo sulla pericolosità specifica di un simile tentativo, perchè ne ho già parlato in tante occasioni ed anche in questo articolo: http://jonathanx.altervista.org/articoli/dignita_di_ruby_20110121.html

Illiberalità, retorica e conformismo: 1, Libertà: 0.

 

Aggiungo solo un cenno ad altri "scandali", italiani o esteri, che in questi mesi hanno riempito le cronache, basati su attacchi politici legati a vicende a carattere sessuale:

-                il caso di Julian Assange, imputato di una incredibile accusa di “stupro” grazie all’assurdo supporto della magistratura svedese alle posizioni femministe illiberali che impregnano la vita politica di quel paese, preda della irrazionale retorica “di genere” (http://jonathanxforum.jonathanx.org/viewtopic.php?f=18&t=589 ).

-                il caso del deputato statunitense Weiner, indotto alle dimissioni semplicemente per aver messo in rete (sbagliando il destinatario) una propria foto “in mutande” ( http://jonathanxforum.jonathanx.org/viewtopic.php?f=18&t=735 ).

-                il caso della esponente del PD che ha girato (oltretutto tentando di mantenere l’incognito, ovvero di difendere il proprio privato!) un film hard (http://jonathanxforum.jonathanx.org/viewtopic.php?f=18&t=752 ).

-                il caso di Strauss-Kahn, lapidato dalle nazifemministe e dai simpatizzanti (consci o meno) del nazifemminismo non solo inizialmente, quando la sua colpevolezza sembrava supportata da riscontri concreti, ma pure quando alla fine si è scoperto che le accuse erano false. Presso certi ambienti “di Sinistra” la “condanna morale” per il “sessuomane-probabilmente-stupratore” è rimasta, così come le per niente velate accuse di avere rovesciato la situazione non per buone ed oggettive ragioni giuridiche ma solo per la propria potenza economica e politica. Della serie: per le concezioni nazifemministe la Giustizia, compreso evidentemente il fatto che la stessa magistratura USA abbia lasciato cadere le accuse, è un dettaglio secondario.

Questi casi non sono solo italiani ma anche in Italia hanno avuto da certa parte della Sinistra una lettura invariabilmente illiberale.
Per non parlare di certe repentine abdicazioni all’intelligenza che perfino commentatori solitamente razionali dimostrano sempre più spesso.
Di questi black-out della ragione a Sinistra cito un solo caso: il solitamente attentissimo e cartesiano Marco Travaglio che, paragonando la vicenda di Strauss-Kahn con quella di Berlusconi, sostiene che le accuse verso quest’ultimo nel caso Ruby sono più gravi di quelle rivolte all’ex presidente del FMI. Una cosa che giuridicamente non sta minimamente in piedi e ci mancherebbe che un rapporto consenziente, per quanto configurante il reato di utilizzo della prostituzione minorile, fosse ritenuto più grave di uno stupro!
Ma questo è esattamente ciò che Travaglio ha affermato.
E se perfino un Travaglio perde la bussola in questo modo, figuriamoci commentatori con meno sale in zucca (per esempio tromboni retorici alla Enrico Vaime o alla Gad Lerner).

E dispiace vedere che per trovare posizioni veramente razionali su questi temi sia sempre più spesso necessario guardare a Destra ( http://www.ilgiornale.it/interni/dsk_e_follia_femminista_credere_ogni_uomo_porco/04-07-2011/articolo-id=532976-page=0-comments=1 ).
E quando si lascia la bandiera della libertà individuale, della difesa del privato e della difesa dei diritti alla Destra, vuol dire che a Sinistra si è davvero sbagliato tanto. Troppo.

 

E veniamo ora al tema che, sotto sotto, sta emergendo nel dibattito.
Anzi, ri-emergendo, ma questa volta con distorsioni ancora più subdole.

La Privacy.

 

La Privacy: come certa Sinistra rischia di chiedere un'Italia da Grande Fratello verso cittadini "meno uguali degli altri".

Come se non bastasse l'abdicazione alla razionalità nel caso Boffo, come se non bastasse il femminismo illiberale scatenato nella Sinistra dal caso Ruby e simili, devo adesso rilevare che il caso Bisignani, con la questione delle intercettazioni, rischia di portare alla luce nella Sinistra una ulteriore carenza di analisi e di coscienza di cosa è uno Stato di Diritto.

Ora, che siano Berlusconi e i suoi a cercare di far polpette del Diritto non sorprende affatto.
Ma che la stessa cosa cerchi di fare la Sinistra o almeno parte della Sinistra, non solo è sorprendente ma è estremamente grave.

E' la dimostrazione che vent'anni di berlusconismo, che implicano una generazione di persone a cui l'Educazione Civica, la struttura della democrazia, la separazione dei poteri, la Costituzione sono state, se va bene, spiegate poco e male, hanno prodotto danni collaterali notevoli nella Sinistra.

L’ultimo esempio è appunto rappresentato da come parte della Sinistra sta affrontando il tema delle intercettazioni ed in particolare di come conciliare due diritti costituzionalmente tutelati: diritto alla privacy e diritto di cronaca.

Il tema delle intercettazioni è tornato ripetutamente alla ribalta negli ultimi anni e da parte del berlusconismo è stato occasione per reiterati tentativi di controllare, e in gran parte annullare, l’uso dello strumento stesso.
Un attacco di gravità inaudita, per il funzionamento stesso della Giustizia e quindi della democrazia, al quale per fortuna la Sinistra, tutta, ha risposto immediatamente e duramente.
Depotenziare lo strumento delle intercettazioni è un’idea così criminogena che solo ad un governo di “delinquenti politici”, come dice Di Pietro, poteva venire in mente. Del resto, è comprensibile che un governo di delinquenti cerchi di eliminare uno strumento che consente alla magistratura di scoprire una gran quantità di reati … compresi quelli della cricca che costituisce o fiancheggia il berlusconismo.

Un problema, però, rimane: come evitare che informazioni e notizie di nessuna rilevanza non solo penale ma neppure processuale, legittimamente raccolte mediante intercettazioni autorizzate dalla magistratura, vengano divulgate e ciò costituisca violazione del diritto alla privacy.
Diritto al rispetto della vita privata che la Costituzione Italiana riconosce, in eguale misura, a TUTTI i cittadini, con la fondamentale riserva che la magistratura è autorizzata a violarla, per esigenze di Giustizia.
Diritto che oltretutto è riconosciuto pure dalla Costituzione Europea, così come dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Ricordiamo infatti che la Costituzione italiana riconosce il diritto alla privacy, proteggendo esplicitamente l’ambito di vita privato (il domicilio, Art. 14) e le comunicazioni interpersonali (Art. 15).

Costituzione della Repubblica Italiana
Art. 14.
Il domicilio è inviolabile.
Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale.
Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.

Art. 15.
La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

Si noti, perché ci torneremo, che secondo la Costituzione il diritto alla privacy SI PUO’ violare, ma solo per esigenze di Giustizia e spetta all’Autorità giudiziaria stabilirne la necessità e le modalità.

Questi principii enunciati nella Costituzione trovano poi puntuale definizione nel Codice Penale ("DEI DELITTI CONTRO LA INVIOLABILITA’ DEL DOMICILIO" (Art. 614-615) e "DEI DELITTI CONTRO LA INVIOLABILITA’ DEI SEGRETI" (Art. 616-623)).

 

Inoltre, la Costituzione stessa garantisce l’uguaglianza tra i cittadini, senza fare in linea di massima differenze tra varie categorie, neppure tra governati e governanti (e come vedremo, quando lo fa, lo fa esplicitamente):

Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

 

Orbene, su tali questioni si sta scatenando, da parte di certi settori della Sinistra, una campagna che ritengo molto pericolosa, in quanto rischia di aprire le porte a concetti perversi ed anticostituzionali, in nome di una interpretazione populista della Costituzione che la Costituzione stessa nega.

In poche parole, la tesi che certi ambienti di Sinistra oggi sostengono, sull’onda della comprensibile soddisfazione per le intercettazioni che stanno mettendo in difficoltà il berlusconismo, è quella di una minore tutela dei politici su fatti privatissimi (tipo, per citare solo il tema di cui ci occupiamo solitamente, l'andare a prostitute) per un presunto "diritto" del pubblico a "conoscere" perfino il privatissimo per "giudicare", addirittura lodando il "ruolo sociale" di tale divulgazione.

Questa tesi viene a volte appoggiata ad un'"allegra" interpretazione combinata dell’Art. 1 della Costituzione, dell’Art. 21 sul diritto di informazione e dell’articolo 6 del Codice di Deontologia dei giornalisti (che il Garante ha allegato al Codice della Privacy, Dlgs 196/03, anche se non è corretto affermare, come qualcuno fa, che il codice di Deontologia sia integrato nel codice della Privacy):

Costituzione della Repubblica Italiana
Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 21.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'Autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'Autorità giudiziaria.
Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

 

Codice di deontologia dell’Ordine dei Giornalisti
Art. 6
(Essenzialita' dell'informazione)
1. La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l'informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell'originalita' del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui e' avvenuto, nonche' della qualificazione dei protagonisti.
2. La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica.
3. Commenti e opinioni del giornalista appartengono alla liberta' di informazione nonche' alla liberta' di parola e di pensiero costituzionalmente garantita a tutti.

In sostanza si dice: siccome la sovranità appartiene al popolo (Art. 1 della Costituzione) ed i politici governano per conto del popolo, il popolo stesso ha il diritto di conoscere anche il privato dei politici, attraverso la stampa come garantito dall’Art. 21, perché anche il privato è significativo per la verifica del concetto di “verità”, ovvero del rapporto di totale trasparenza che secondo tale concezione sarebbe alla base della scelta di quel politico come delegato nella gestione della cosa pubblica.
Starebbe poi al giornalista, eventualmente, “autocensurarsi” non pubblicando notizie che lui non ritenga di interesse pubblico.

Il concetto, per esempio, viene così espresso qui:

"Sotto questo aspetto, ben diverso sarebbe se in simili situazioni [frequentazione di prostitute] fosse colto non un attore, ma il famoso politico coniugato che si presenta insistentemente ai propri elettori come strenuo difensore dei valori della famiglia. Qui la divulgazione del fatto privato assolverebbe ad una funzione sociale, poiché ristabilirebbe il rapporto tra politico ed elettori in termini di verità, rapporto che è alla base della scelta di quel politico come delegato nella gestione della cosa pubblica."

( http://www.difesadellinformazione.com/index.php?id_articolo=117 )

 

“Dobbiamo sapere tutto dei politici”: un’idea balzana, pericolosa, irrealizzabile ed incostituzionale.

Nella concezione sopra esposta, l’idea che “il popolo” abbia il “diritto di conoscere il privato dei politici, per poter scegliere”, ci sono almeno tre errori.

 

Primo errore.

Innanzitutto la citazione dell’Art. 1 della Costituzione fatta fermandosi alla prima parte della pur breve frase (“La sovranità appartiene al popolo”) senza completarla con la seconda (“che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”) è una penosa furberia populista, anche quando fatta in buona fede.
Che cerca di far dimenticare che la Costituzione stessa, legge fondamentale della Repubblica alla quale tutte le altre devono allinearsi, pone limiti e forme nelle quali deve mantenersi la sovranità popolare. E cerca di far dimenticare che la Costituzione, nel momento stesso in cui riconosce il diritto alla sovranità del popolo riconosce anche altri diritti legati al singolo, nel caso specifico il diritto alla privacy (Art. 14 e 15).
E che NON consente, in generale e salvo altra specificazione messa nella Costituzione stessa, una suddivisione in categorie di cittadini con diversi diritti e doveri (Art. 3).
Quello espresso dalla seconda parte della frase dell’Art. 1 è nient’altro che il concetto che nessuno, neppure “il popolo”, è al di sopra della legge. Concetto che il berlusconismo, che pretende di derivare dall’investitura popolare elettorale una legittimazione pure a violare le leggi, vede come il fumo negli occhi.
Purtroppo, mi è già capitato di leggere, da parte di sostenitori populisti “di Sinistra” della violazione della privacy dei politici, frasi come “la democrazia e’ cio’ che decide la maggioranza, non quello che scrivono le costituzioni, nient’altro”. Non sto scherzando, sto citando alla lettera. E chi l’ha scritta si considera certamente un democratico ed antiberlusconiano!

 

Secondo errore.

Il secondo errore è credere che alla base del rapporto di scelta di un politico da parte di un elettore ci sia la coerenza tra vita privata del politico e sue azioni pubbliche.
Non è così, e ci sono anche esempi concreti e palesi a dimostrarlo.

Il fatto è che per un politico il "legame che unisce il personaggio al pubblico" è la sua stessa attività politica, ovvero le sue proposte pubbliche e la sua capacità di realizzarle.

Non "l’idea che l’opinione pubblica ha di quel personaggio", ovvero la sua “immagine pubblica”.

E neppure la “verità”, come la intende l’articolista, ovvero la coerenza tra “ciò che dice” e “ciò che fa nel privato”: l’elettore vota il politico perché costui porta avanti, sul piano pubblico, certe istanze pubbliche che l’elettore ritiene condivisibili. Se nel privato si comporta in modo incoerente con ciò che viene portato avanti pubblicamente, ciò costituisce aspetto secondario.
Credo che nessuno riterrebbe un cattivo medico quello che giustamente consiglia al paziente di non fumare, per il solo fatto che (incoerentemente) fuma lui stesso. La mancanza di coerenza nel privato non è un fattore fondamentale di giudizio, se l’azione pubblica è corretta.

Infatti l’elettore non vota la “coerenza personale”, vota una politica.
Perciò non si può sostenere che violare la privacy di una categoria di cittadini (politici e governanti in genere) è necessaria ed essenziale per consentire ai cittadini di giudicarli: li si giudica (e li si giudica veramente nel concreto!) sul piano delle iniziative pubbliche, a cominciare dalle leggi che propongono, che approvano e che cercano di far approvare.

Se così non fosse, non si spiegherebbe come il cattolico Pierferdinando Casini, separato e risposato con rito solo civile, quindi in pieno contrasto con i dettami della Chiesa, possa ancora presentarsi efficacemente come campione politico del cattolicesimo italiano.

Altro esempio concreto: se si è ostili alla prostituzione si può votare Berlusconi perché emana leggi contro la prostituzione, non perché si è certi che nel privato non vada a prostitute. Se ciò che fa nel suo privato non impatta sulle sue azioni pubbliche, tra le due cose non c'è legame: un elettore lo potrà voler votare comunque, vedendo che c'è consequenzialità tra proposte pubbliche ed atti concreti.
Tanto che la stessa Chiesa Cattolica, pur sapendo benissimo che Berlusconi non è affatto un bigotto baciapile (anzi, ha uno stile di vita privato che viola quanto propugnato dalla Chiesa!) lo ha sostenuto, aspettandosi da lui leggi gradite (per esempio sul testamento biologico, la fecondazione assistita, ecc.).

Andiamo avanti.

Sapere che un politico comunista va a messa e si confessa è un "diritto" degli elettori comunisti (o magari di tutti gli elettori)? O è una sua scelta privata (con la quale magari cerca di conciliare Cristo e Marx)?
La risposta sta nella Storia della politica italiana, dove l’essere cattolico è da sempre una scelta di tanti politici comunisti, da Franco Rodano a Nichi Vendola e il saperlo o non saperlo non sembra aver mai costituito elemento di particolare interesse negli elettori.
E se poi stiamo all’attuale decadenza delle ideologie, con conseguente mescolanza di apporti ideali diversi nello stesso schieramento politico, certe richieste di “coerenza” e di “conoscenza del privato” diventano ancor più irragionevoli: per un elettore laico di Sinistra è importante sapere che Ignazio Marino è cattolico o è importante poter verificare che porti avanti concretamente le battaglie di laicità che dichiara di voler fare?

Sapere che un politico cattolico va raramente a messa è un "diritto" degli elettori? O sono fatti suoi?
Un politico che va a messa tre volte al giorno sarà ritenuto “migliore” dagli elettori cattolici di uno che ci va una volta al mese? E chi decide che l’andarci “solo” una volta al mese è notizia di “interesse pubblico”? Il singolo giornalista che acquisisce la notizia?

Sapere che un personaggio pubblico cattolico, che si professa ligio ai dettami della Chiesa e che anzi li propaganda, è omosessuale "praticante" (quindi in contrasto con i suddetti dettami omofobi) è un "diritto" degli elettori?
O diventa un diritto saperlo solo se nel suo "praticare" commette reati (che so, commette reato di molestie nel contesto di una storia omosessuale) e l'essere messi al corrente della sua omosessualità è utile a capire il contesto di quanto accaduto?

Se quest'ultima ipotesi vi ricorda qualcosa, avete ragione: è il "caso Boffo".

Boffo è (soprattutto era) un personaggio pubblico importante, un opinion-maker, ma la stessa cosa varrebbe se fosse un politico, ed il suo caso è un ottimo esempio di come in certe situazioni il privato possa essere divulgato non perché "il popolo ha il diritto di conoscerlo" ma in quanto dettaglio essenziale per far capire il contesto di un reato preso in esame in un procedimento giudiziario.

Se Boffo non avesse commesso un reato e non fosse stato sottoposto a procedimento giudiziario (venendo alla fine condannato), il divulgare la sua omosessualità sarebbe stata una violazione della sua privacy, come lo sarebbe farlo nei riguardi dei tanti politici omosessuali che certamente siedono in Parlamento. Sono fatti loro, non del "popolo".

Del resto, da sempre esistono politici omosessuali cattolici che sono arrivati anche a cariche altissime (molto noto il caso di Emilio Colombo, che fu Presidente del Consiglio), senza che nessuno ne facesse scandalo né lo accusasse di “incoerenza” e neppure pretendesse che le sue tendenze sessuali venissero rese pubbliche.
Nella tanto vituperata "Prima Repubblica" (alla fin dei conti, sotto tanti aspetti migliore della Seconda ...) nessuno si sarebbe sognato di dire che esiste un "diritto del popolo" di conoscere certi particolari del privato dei politici. Il battagliero e lucido PCI degli anni ‘50-‘60-‘70 mai fece assurde battaglie a questo scopo, come oggi sta accadendo da parte di una certa Sinistra con le idee confuse.

Essendo stato processato Boffo, riferire il "particolare" della sua omosessualità rientra invece nel diritto di cronaca, in quanto un procedimento giudiziario è un atto pubblico (per fortuna, se no non saremmo in una democrazia!) i cui dettagli essenziali devono essere resi noti al pubblico, che in tal modo ha elementi per controllare l'operato della Giustizia.

Ancora una volta si vede quanto acuti e lungimiranti siano stati i Costituenti, legando la possibilità di divulgare fatti privati alle necessità della Giustizia e a niente altro, men che meno ad un presunto ed indiscriminato “diritto del popolo di conoscere il privato dei governanti”.

 

Terzo errore.

Se anche si ammettesse che “il popolo ha il diritto” di conoscere il privato dei politici, non si vede perché dovrebbe essere la “casta” dei giornalisti a vagliare ed eventualmente censurare le notizie (impedendo così al “popolo” di giudicare).
Da nessuna parte, nella Costituzione, è assegnata ai giornalisti questa funzione di filtro, ovvero di depositari e giudici dell’”interesse pubblico”.
E’ anzi lettura comune della Costituzione e del diritto di cronaca il fatto che il giornalista, tendenzialmente, abbia non solo il diritto ma addirittura il dovere di pubblicare tutte le notizie di cui viene a conoscenza. Altrimenti abdicherebbe alla sua funzione verso il pubblico e sarebbe sospettabile di censurare notizie sgradite ai potenti.

 

La “diminuita privacy” per i personaggi pubblici.

Un’argomentazione portata a sostegno della tesi del “il popolo ha il diritto di sapere” è che già oggi i personaggi pubblici, politici compresi, sono soggetti ad una attenuata difesa della loro privacy (e qui si cita la divulgabilità di immagini e notizie senza necessità di autorizzazione dell’interessato, per esempio per gli attori) e, d’altro verso, da diritti diversi da quelli dei privati cittadini (e qui si cita la necessità di autorizzazione parlamentare all’arresto di deputati e senatori).
Qui siamo all’incomprensione delle norme e del loro contesto di applicazione.

Per quanto riguarda l’attenuata difesa della privacy per i “personaggi pubblici”, ci si dimentica di dire che questa diminuzione è ammessa solo IN CONTESTI PUBBLICI (quando sono sorpresi in un ristorante, per la strada, in spiaggia, ecc.) e NON NEL PRIVATO (in casa loro).
In caso contrario si applica l’Art. 615 bis del Codice Penale, che prevede il reato di interferenza illecita nella vita privata.

In quanto ai “diversi diritti” per i politici, la "protezione" data ai politici dall'autorizzazione parlamentare all'arresto viene data (in linea di principio, salvo abusi) per ostacolare possibili "trappole" tirate ai parlamentari e che, con l'arresto, impedirebbero loro di esercitare la propria attività. E' una disposizione che ha fini essenzialmente "pratici" e di difesa istituzionale, quelli di ostacolare scorrettezze o addirittura reati a danni di politici fatti dai rivali con lo scopo di stravolgere la vita politica stessa, eliminando avversari. E' una disposizione fatta per difendere le istituzioni ed il loro funzionamento più ancora dei singoli politici.

Ed è una disposizione, guarda caso, contenuta da sempre nella COSTITUZIONE! (Art. 68)
Una possibilità di VIOLAZIONE DELLA PRIVACY dei politici come la intendono certuni, invece, in Costituzione NON C'E' E NON C'E' MAI STATA.

 

La “disciplina” e l’”onore” chiesta ai politici.

Oltre all’errore di interpretazione relativo all’Art. 68, c’è anche chi incongruamente cita l’Art. 54 della Costituzione (“I cittadini cui sono affidate FUNZIONI PUBBLICHE hanno il dovere di adempierle con DISCIPLINA ed ONORE, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”) a sostegno della tesi “il privato dei politici, compresi i loro comportamenti personali, è di interesse pubblico”.
Errore marchiano.
Si parla qui evidentemente di comportamenti PUBBLICI dei politici, nell’esercizio delle loro FUNZIONI, NON privati.
Non si ravvisa nell’articolo l’individuazione di ambiti “morali”, quanto di esercizio corretto ed onesto di funzioni pubbliche. Ma anche se si volesse interpretare in modo allargato il termine “onore”, secondo l’Art. 54 Berlusconi potrebbe benissimo travestirsi da donna in PRIVATO, certamente sarebbe difficile ammetterlo quando partecipa ad un G8 o altra occasione PUBBLICA.
Detto in altri termini, l’art. 54 si disinteressa assolutamente di ciò che fa Berlusconi a casa sua o sotto le lenzuola.

Come sempre, c’è chi confonde “immagine pubblica” (di cui la Costituzione NON parla) con “funzione pubblica” (di cui la Costituzione parla, specifica e precisa).

 

Idee confuse e “cattivi maestri” al lavoro.

Non ci sono dubbi che ci si muova su un crinale sottile, tra privacy e diritto all’informazione.
Così sottile che pure persone esperte non sembrano aver ben meditato queste problematiche, in certi casi al punto di contraddirsi in una manciata di righe scritte.
Si prenda l’erroneo concetto sopra riportato (la “divulgazione del fatto privato” del politico cheassolve ad una funzione sociale”): ebbene, questo cozza frontalmente contro quest'altro concetto (secondo me questa volta pienamente condivisibile) espresso solo poche righe prima nello stesso articolo:

"L’incidenza del fatto privato sull’attività pubblica del personaggio non può riferirsi a parametri soggettivi, come la rappresentazione o l’idea che l’opinione pubblica ha di quel personaggio, o anche morali; altrimenti qualsiasi fatto sarebbe rilevante e divulgabile, a prescindere dal suo collegamento con l’attività. Bisogna, cioè, valutare l’incidenza che il fatto privato può avere obiettivamente sul legame che unisce il personaggio al pubblico."

E abbiamo già spiegato in cosa secondo noi (ma anche nei fatti, come indicato dagli esempi riportati) consiste il “legame che unisce il personaggio al pubblico”.
Un legame che, per fortuna, NON ha bisogno di violare il diritto alla privacy.

Si, siamo su un crinale sottile e non tutti si tengono sempre in equilibrio …

Una cosa che mi ha lasciato recentemente stupefatto è l’intervento dell’ex magistrato Bruno Tinti, ora giornalista, che nel suo blog sul sito del “Fatto Quotidiano” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/01/intercettazioni-mauro-sbaglia-sara-perche-ho/134341/ ) si è scagliato (addirittura scompostamente, dietro il titolo “soft”) contro la recente proposta di Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica” sulla regolamentazione delle intercettazioni in modo da rispettare i legittimi diritti di privacy.
Non certo un berlusconiano, Ezio Mauro, anzi uno dei giornalisti in primissima linea nella lotta contro i tentativi del Premier di controllare e depotenziare le intercettazioni!

La proposta (che Mauro riprende da proposte precedenti) si basa sulla creazione di un filtro di controllo gestito dall’Autorità giudiziaria.
Ovvero un’udienza specifica assegnata ad un magistrato terzo, che preveda il coinvolgimento sia dell’accusa che della difesa, che verifichi le notizie frutto di intercettazioni e che secreti (o distrugga) quelle informazioni che non hanno assolutamente nulla a che fare con i processi e con le ipotesi di reato, in modo che non possano essere divulgate infrangendo il diritto alla privacy di persone (politici o comuni cittadini) intercettate senza colpe o coinvolgimento nelle indagini.
Il giornalista che pubblicasse notizie che non hanno passato il filtro del magistrato e che, non essendo state distrutte o diligentemente secretate, fossero venute a sua conoscenza, sarebbe soggetto a pene anche pesanti.
Qui http://www.youtube.com/watch?v=2nUyzgFY5w8 Ezio Mauro spiega la sua proposta (vedi dal minuto 10:26”, ma si ascoltino anche le dichiarazioni precedenti, per capire come Mauro NON sia affatto d’accordo con le idee berlusconiane per “ammazzare” le intercettazioni, cosa peraltro già dimostrata da anni di posizioni chiarissime sull’argomento).

Una proposta che a me sembra non solo un fatto di civiltà ma anche nel perfetto solco della Costituzione (Art. 15), che assegna appunto alla magistratura la decisione di quando è possibile violare la privacy dei cittadini, per esigenze di Giustizia e non per altri motivi.

Bene, contro tale ipotesi il Tinti è insorto con argomentazioni sconcertanti.

Già l'esordio del suo pezzo, con quella frase "l’idea che qualcuno mi dica cosa posso fare e cosa no proprio mi sta stretta" fa capire che c’è qualcosa che non va, come se l'essere diventato giornalista gli abbia dato alla testa, come se la libertà di espressione fosse totale, senza limiti e … senza rischi.
Infatti il Tinti si compiace di informarci che oggi nel pubblicare ciò che vuole "i rischi sono pochi: un processo, un ricorso alla Corte Costituzionale, un altro alla Corte Internazionale dei Diritti dell’Uomo; non ci potrebbe succedere niente di più che spendere un po’ di soldi."
Della serie: che bello, ora che sono giornalista mi posso "sfogare" con pochi rischi … se non fosse per quei “giornalisti traditori” alla Ezio Mauro che sostengono che non è possibile lasciare la difesa della privacy solo alla “buona condotta” dei giornalisti stessi.
Il neo-giornalista Tinti infatti è arrivato a definire Mauro e i giornalisti che la pensano come lui "una categoria di giornalisti pronti a vendersi per un piatto di lenticchie".

Asserendo inoltre la propria indignazione per il fatto che "le uniche notizie pubblicabili siano quelle che il giudice decide che possono essere pubblicate" (sembra che Tinti non abbia mai letto la Costituzione e non abbia mai meditato sul fatto che è ai magistrati, non certo ai giornalisti!, che la Costituzione già oggi consente di decidere quando la privacy può e deve essere violata per esigenze di Giustizia).

Addirittura (e qui siamo veramente al perdere la testa, oltre che la faccia), Tinti si spinge a dipingere la proposta di Ezio Mauro una cosa che andrebbe nella direzione delle "veline del Minculpop".
Cosa c'entrino veline emanate dal potere politico, paragonate al potere di controllo e decisione che (nel solco della Costituzione, appunto) viene concesso al potere indipendente della magistratura su questi temi, è un mistero doloroso della "logica" di Tinti.

Ora, io non amo l’espressione “cattivi maestri”, perché spesso chi la usa come accusa è semplicemente un maestro altrettanto cattivo ma di idee opposte.
Ma nel caso di Tinti, ex magistrato, purtroppo temo di doverla usare.

Oppure, semplicemente, l'intervento di Tinti esemplifica il perché alcuni magistrati sono in grado di salire fino agli scranni della Consulta ed altri no …

 

Orwell 2011: il “Grande Fratello del Popolo” sorveglia cittadini “meno uguali degli altri”.

Ci sono poi un paio di considerazioni alle quali i sostenitori della tesi che “i cittadini hanno il DIRITTO a conoscere il privato dei politici” non danno mai risposte.

La prima è: se i cittadini avessero il DIRITTO di conoscere il privato dei politici, allora avrebbero anche il DIRITTO di intercettarli come e quando vogliono. Fossero essi, gli intercettatori, comuni cittadini o giornalisti.
Invece la Costituzione assegna solo all’Autorità giudiziaria il compito di decidere quando la privacy dei cittadini (senza fare alcuna distinzione tra politici e non politici) può essere violata.

La seconda considerazione è: se si afferma la necessità della TOTALE TRASPARENZA della vita PRIVATA dei personaggi pubblici che ci governano (politici, ma a questo punto non solo: perché non anche il Governatore della Banca d’Italia, gli amministratori delegati di aziende pubbliche o a partecipazione pubblica, ecc.? Già qualcuno si è spinto ad ipotizzarlo perfino per manager di grandi aziende private, figuriamoci …), allora per attuare con EQUITA’ questo intento, quello di far vivere i politici in una casa di vetro, che elimini il loro privato e consenta ai cittadini di esercitare il DIRITTO di giudicare pure i comportamenti privati, l’UNICA SOLUZIONE sarebbe la CONTINUA E SISTEMATICA SORVEGLIANZA, con relativa PUBBLICIZZAZIONE degli esiti di tale sorveglianza, di TUTTI i politici.
TUTTI. SEMPRE.
Perchè affidarsi solo ad ALCUNI dettagli rilevati in ALCUNE intercettazioni fatte per cercare reati, relative ad ALCUNI politici, magari neanche implicati nei reati stessi, comporterebbe una inaccettabile DISPARITA’ di trattamento e, soprattutto, non consentirebbe al “popolo”di esercitare il proprio “diritto” a “conoscere per scegliere”.

Ancora non ho visto nessuno, neppure tra i più balordi sostenitori del "diritto alla violazione della privacy dei politici", affermare una simile enormità.
In realtà, un simile incubo alla Orwell rovesciato (con i politici visti come cittadini "meno uguali degli altri" agli occhi del "Grande Fratello del Popolo") sarebbe ovviamente irrealizzabile, anche per motivi pratici, perfino se non ci fosse questa benedetta e mai abbastanza lodata Costituzione ad impedirlo.
Ma la considerazione va fatta, per capire l'assurdità illiberale di certe posizioni.

 

La “pubblicabilità”: non solo “il reato”, ma anche ciò che gli sta intorno.

Un’ulteriore considerazione.
C’è sicuramente qualche giustificato timore che una regolamentazione della divulgabilità di parte delle intercettazioni possa essere usata per occultare “magagne” che i politici vogliano nascondere.
Però non si può dire che regolamentare come nella proposta di Ezio Mauro voglia dire lasciare pubblicabili solo poche, singole e puntualissime notizie che configurino un reato.
In realtà, ciò che sarebbe pubblicabile è TUTTO ciò che fosse ritenuto, da un magistrato, come rilevante ai fini processuali. Ovvero interessante per il dibattimento, la configurazione delle ipotesi di reato e pure le legittime esigenze della difesa (però sarebbe il magistrato a decidere!).
Si noti (per rispondere anche ad una stupida obiezione che qualcuno ha fatto): ciò che serve al processo, non ciò che configura già una colpa, ovvero un reato (che sarà eventualmente dimostrato solo a processo concluso).
Tutto ciò che fosse rilevante ai fini processuali, compresi quei “dettagli” che, se pur presi singolarmente non costituiscono indizio di reato, però servono a chiarire il quadro della situazione.

La cosa è ben chiarita in un passaggio del sito già citato (http://www.difesadellinformazione.com/110/la-pubblicazione-di-intercettazioni/ ):
“Quando la divulgazione di un “dettaglio” (che spesso è un “fatto privato”) serve alla “originalità dei fatti” o ad una esaustiva “qualificazione dei protagonisti” o ad una descrizione dei fatti nei “modi particolari in cui sono avvenuti”, allora cessa di essere “dettaglio” per diventare elemento “essenziale”, in quanto funzionale alla completezza della notizia.
In quest’ottica, tutto ciò che non ha alcuna pertinenza col fatto oggetto di indagine, né rilevanza autonoma, privo di importanza per una migliore comprensione della vicenda, non è essenziale, quindi non è di interesse pubblico. Così, il giornalista potrà riportare brani delle intercettazioni del funzionario ministeriale che parla degli atti sessuali compiuti con diverse imprenditrici come prezzo per l’aggiudicazione degli appalti pubblici di cui è responsabile; non potrà, invece, divulgare la conversazione nella quale lo stesso funzionario racconta la notte trascorsa in albergo con una prostituta, pena la lesione del diritto alla riservatezza.

Mi sembra una spiegazione chiarissima, sulla quale tanti dovrebbero meditare.

In sostanza, non saranno pubblicabili solo intercettazioni dove si dice, papale papale, “Domani ti porto la mazzetta” (costituendo direttamente notizia di reato) ma anche per esempio tutte quelle che servono a chiarire i rapporti (di amicizia, di frequentazione, di complicità, di collaborazione, o all’inverso di ostilità, ecc.) tra i vari attori coinvolti.

La proposta di Mauro chiede semplicemente che sia un giudice (e non il giornalista) a stabilire quali sono i dettagli (ovvero: fatti privati) che sono essenziali in quanto funzionali alla completezza della notizia di reato.
E quali, invece, sono unicamente fatti privati, la cui divulgazione costituirebbe violazione dell’Art. 15 della Costituzione.

Che sia un giudice a decidere questo, e non lasciarlo alla decisione (o ipotetica autocensura) del giornalista (che di per ovviamente tenderebbe a pubblicare tutto, il 99% delle volte), mi sembra del tutto ovvio.
Oltre ad essere ovvio, è anche ciò che la Costituzione già prevede: è l’Autorità giudiziaria a decidere quando è ammesso violare la privacy.

Beninteso: la proposta la si può criticare, ci mancherebbe altro.
Ma non con le argomentazioni che vengono portate, men che meno tacciandola addirittura di incostituzionalità.
E’ chi la critica con certe argomentazioni che si dimostra un analfabeta costituzionale, non certo Ezio Mauro.

 

Per riepilogare.

In accordo con la proposta avanzata da Ezio Mauro (e proposte analoghe):

- tutto ciò che ha rilevanza processuale DEVE essere pubblicabile, anche se riguarda il privato, perchè il processo è essenzialmente un atto pubblico e di interesse pubblico. Anzi, proprio per questo ciò dovrebbe REALMENTE essere pubblicato. Questo rispetta il diritto costituzionale all’informazione (Art. 21), sia da parte di chi la fa (giornalisti) che da chi la riceve (il pubblico), in questo caso facendolo prevalere sul diritto alla privacy.

- tutto ciò che non ha rilevanza processuale e che riguarda il privato NON DEVE essere pubblicabile, perchè non è di interesse pubblico. Non esiste alcuna disposizione costituzionale che preveda un attenuato diritto alla privacy dei politici per loro comportamenti privati (e la curiosità, più o meno malsana, non costituisce interesse pubblico). Questo rispetta il diritto costituzionale alla privacy (Art. 14, Art. 15).

Da ciò si deduce che la pubblicabilità o meno di informazioni sul privato DIPENDE PROPRIO DALLA RILEVANZA PROCESSUALE delle stesse, perchè è solo tale rilevanza che può far superare il diritto alla privacy (Art: 15: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro LIMITAZIONE può avvenire soltanto per ATTO MOTIVATO DELL’AUTORITÀ GIUDIZIARIA con le garanzie stabilite dalla legge.”).

E se dipende dalla rilevanza processuale, allora è solo un MAGISTRATO che può deciderlo.

Non certo “il pubblico” o “il popolo” e neppure un giornalista.

Perciò, la proposta di Ezio Mauro è assolutamente coerente e rispettosa della Costituzione.

Altre posizioni che ho letto, invece, non lo sono affatto.

 

La Sinistra tra ragione e antiberlusconismo “di pancia”.

Riuscirà certa parte della Sinistra a capire, finalmente, che se per cercare di “abbattere il tiranno” si scardinano principii faticosamente conquistati da secoli di pensiero democratico, si saranno fatti più passi indietro che in avanti?

Riuscirà certa parte della Sinistra a scindere la giusta ripugnanza verso Berlusconi ed il berlusconismo da ciò che è legittimo fare, secondo leggi e Costituzione?

Certo, si può sempre cambiare la Costituzione.
Così come la Costituzione prevede una forma di protezione dei parlamentari (autorizzazione all’arresto), così potrebbe anche prevedere un loro minore o addirittura eliminato diritto alla privacy.

Ma bisognerebbe cambiare la Costituzione.
Chi vuole il “Grande Fratello” per i politici, abbia il coraggio di dirlo e di proporlo.
Non invece continuare ad affermare che “è giusto che si sappia tutto del privato dei politici”, perché la Costituzione, oggi, non lo consente.

La Costituzione.
E scusate se è poco.

 

Jonathan

 

 

(L’articolo può essere letto e commentato anche nel Forum: http://jonathanxforum.jonathanx.org/viewtopic.php?f=9&t=755 )