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Addio, Don Benzi. Don Oreste Benzi è morto nella notte tra l’1 e il 2 novembre 2007, per
un attacco cardiaco. Per chi scrive, per chi condivide le idee
portate avanti su questo sito (http://jonathanx.altervista.org),
per chi si oppone ad un approccio indiscriminatamente criminalizzatore del
mondo della prostituzione e del concetto di “sex work” in sé, Don Benzi non
era solo un fiero oppositore, era addirittura un simbolo. Negativo, purtroppo. Non a caso nella prima pagina di questo sito l’articolo principale,
quello che ha dato il via a tutto il lavoro di chi scrive, si intitola “La Leggenda Metropolitana di Don Benzi”. Non ho motivo alcuno, a cinque anni di distanza, di cambiare il
giudizio che allora espressi su Don Benzi e che mi mosse a ricerche, analisi
ed attività di informazione per distillare almeno “alcune gocce di verità contro un mare di
mistificazioni portate avanti in modo quasi indisturbato, in questi anni, da
Don Oreste Benzi e da coloro che a lui si ispirano. - tanto di cappello a Don Benzi per
l'opera di assistenza a quelle prostitute schiave che ha aiutato ed aiuta; - critica molto forte verso la sua
impostazione moralistica e intollerante verso la prostituzione; - censura senza attenuanti per la sua
continua opera di mistificazione, fosse pure in buona fede.” Una cosa ulteriore posso dire ora, a merito di Don Benzi, che allora
non mi era ancora chiara: riconosco a Don Benzi un personale e sincero
disinteresse verso il “business” dell’assistenza della prostituzione. Sono assolutamente convinto che Don Benzi, se avesse potuto, avrebbe
davvero espulso tutte le prostitute e mandato in galera
tutti i clienti, avrebbe cioè totalmente ripulito le strade (temo per poi
passare a scagliarsi contro la prostituzione di appartamento). Don Benzi era sinceramente convinto che la prostituzione è un male in sé, che è sempre un’offesa alla donna e che è
lecito chiedere misure legislative repressive, anche drastiche, per impedirne
l’esercizio. Lui la prostituzione non la voleva governare, la voleva abolire. Potendolo fare avrebbe eliminato, senza battere ciglio, la fonte di
una (credo non trascurabile) parte del “business” della sua associazione, la
“Papa Giovanni XXIII”. Non so se ciò lo si possa dire per tutte le
associazioni di assistenza alle prostitute di strada. Ciò non toglie che in questo suo sincero slancio moralista Don Benzi
abbia cercato di passare sopra, schiacciandoli, a principii cardine della
convivenza in uno stato democratico: il rispetto della verità, il rispetto
delle leggi, il rispetto delle libere scelte personali dei cittadini adulti e
consenzienti, il rispetto della laicità dello Stato. Lo ha fatto sulla prostituzione ma non solo,
vedi la sua opposizione boicottatrice della legge sull’aborto. Sincero disinteresse nel business della prostituzione, ma non
sincerità. Dovrei infatti pensare a Don Benzi come ad
uno stupido, e certamente non lo era, se ritenessi che il sacerdote riminese
non si rendesse conto dell’inconsistenza della sua posizione di fondo, “tutte le prostitute straniere di strada sono
schiave”, in confronto alla realtà dei fatti. Uno studio condotto dal Prof. Francesco Carchedi e riportato nel
volume “I colori della notte”, rilevava che perfino tra le circa duemila
prostitute di strada assistite tra il 1994 ed il 1996 dall’associazione
stessa di Don Benzi, meno del 20% aveva accettato di lasciare la strada,
nonostante che l’associazione offrisse loro
protezione ed uno sbocco verso un lavoro alternativo. No, Don Benzi era troppo intelligente e troppo a contatto col mondo
della prostituzione per non sapere di mentire quando diceva “sono tutte schiave”. Tanto che a volte qualche mezza ammissione implicita gli sfuggiva,
frasi come “se anche non fossero tutte
schiave, comunque la prostituzione rimane sempre un’offesa alla donna!”. Sono personalmente convinto che avesse in
cuor suo accettato l’idea di dover “mentire a fin di bene”, ovvero per quello
che lui credeva fosse il “bene”: eliminare del tutto la prostituzione in
quanto “immorale” ed “offensiva per la donna”. Don Benzi ha continuato la sua battaglia, condotta negli stessi
termini, fino alla fine. Don Benzi ha continuato fino alla fine ad affermare cose
non solo non dimostrate (“In
Italia ci sono 100.000 prostitute schiave”), ma anche smentite da tutte
le ricerche fatte. Don Benzi ha continuato fino alla fine ad affermare la bontà di
soluzioni, come quella svedese, già smentite dalla realtà. Poche settimane prima della sua scomparsa, ad inizio ottobre, aveva
ricevuto quella che forse è stata la prima, forse
addirittura l’unica ma certamente la più netta sconfessione pubblica e
mediatica delle sue idee da parte di un organismo non solo e non tanto
politico ma costituito anche da suoi “pari”, ovvero da altre reputatissime
organizzazioni di assistenza e di ricerca, anche cattoliche. I risultati della ricerca condotta dall’”Osservatorio sulla
prostituzione”, organismo istituito dal Ministro dell’Interno Amato, grande
estimatore di Don Benzi e sostanzialmente da sempre allineato con le sue
idee, hanno portato a conclusioni e valutazioni del tutto sorprendenti, vista
la genesi dell’iniziativa: la prostituzione, per la prima volta con
inequivocabile chiarezza ed articolazione in una esternazione
di un organismo statale, veniva definita come “non un problema di ordine pubblico” e il mercato della
prostituzione in Italia veniva definito “poliedrico”,
non riconducibile ad un’unica immagine stereotipata e non affrontabile con
politiche repressive. In quel documento si possono leggere frasi come: "Per valutazione ampiamente
condivisa, la realtà attuale della prostituzione è poliedrica [...] È difficile ridurre chi si prostituisce in una sola
immagine. Tra l’autodeterminazione e lo sfruttamento esistono tante sfumature
dipendenti dalle motivazioni personali, dal vissuto di chi decide di stare
sulla strada. Sono motivazioni che, a volte, fanno anche mettere in conto,
accettare di essere fonte di altrui guadagni illeciti perché la prospettiva
di poter contare su una disponibilità economica prevale sul
"prezzo" dello sfruttamento." "La prostituzione, tuttavia, non
deve essere considerata un fattore da reprimere perché capace di influenzare
negativamente la sicurezza pubblica - idea che storicamente si è risolta
nella mera repressione di chi la esercita - bensì un elemento complesso da
gestire in un’ottica di sicurezza sociale." "Servono, quindi, politiche
integrate, piuttosto che ricette "monodose" come quelle che
intendono ridurre la prostituzione a mera questione di ordine pubblico. E non è poca cosa che uno Stato che
condanna la violenza valuti che le proprie decisioni non isolino, non
espongano a maggiore rischio le vittime dello sfruttamento e della tratta e,
per l’effetto, non si avvantaggino i loro aguzzini, nonchè le persone che si
prostituiscono, spesso in condizioni di marginalità. Nel contesto italiano, interessato da
processi migratori attraverso i quali agiscono traffici finalizzati allo
sfruttamento, la proibizione tout court della prostituzione avrebbe questa
conseguenza. Entrerebbe in clandestinità una attività
difficilmente eliminabile e verrebbero bandite insieme alle prostitute e ai
clienti anche le persone rese schiave sfruttate: tutti quanti soggetti di una
società apparentemente più indisturbata ma non per questo più al riparo dalle
violenze. Il rischio esiste anche col divieto
assoluto di prostituzione in strada." Una sconfessione così palese delle idee di Don Benzi, fatta da un
gruppo di lavoro istituito dal politico che forse più di ogni altro si era
distinto per allineamento a quelle idee, che il sacerdote di Rimini parlò
immediatamente di “tradimento”. Termine che ben rivela quali differenti aspettative Don Benzi
riponesse nelle conclusioni dell’Osservatorio. Ma la replica di un esponente di una di quelle organizzazioni che
hanno contribuito al lavoro dell’Osservatorio (e che lo hanno tutte
approvato, con l’unica eccezione della Papa Giovanni
XXIII) è sembrata la pietra tombale sulle pretese di Don Benzi di
rappresentare il mondo dell’assistenza, men che meno quello di essere
ritenuto un attendibile “esperto” del problema: “Questo atteggiamento di chi predica ex cathedra disturba. Don Benzi
non è l’unico a lavorare sulla strada. Tutti noi ci ritroviamo nei punti del
rapporto.” Del resto, che la credibilità, anche mediatica, di Don Benzi fosse in marcato e costante calo da anni è cosa che su
questo sito abbiamo rilevato da tempo. Chi ha seguito i periodici talk-show sulla prostituzione susseguitisi
in questi anni, in primis quelli di “Porta a Porta”, sa bene che mentre anni
fa Don Benzi veniva ascoltato come l’”oracolo” ultimamente
veniva palesemente trattato da tutti i partecipanti, esperti e politici, di
destra e di sinistra, come un “grillo parlante” ormai privo di credibilità e
propugnatore di politiche sbagliate ed inapplicabili. Lo stesso Bruno Vespa, pochi giorni dopo la sua ennesima trasmissione
sul tema, a maggio 2007, affermava in un articolo che “Quel sant’uomo di don Oreste Benzi è
convinto che il commercio del corpo si possa abolire. La storia dell’umanità
ci insegna che non è così. Occorre dunque trovare altre formule: faranno
arricciare il naso ai moralisti, ma meglio il pragmatismo che l’ipocrisia.” L’ultima esternazione pubblica del sacerdote riminese, del giorno
precedente la morte, è collegata ad un tragico fatto di criminalità,
l’aggressione e l’uccisione di una donna di Roma, che vede un immigrato
rumeno come imputato. Don Benzi affermava: “Chi
non rimane sconvolto, addolorato, sdegnato venendo a conoscere ciò che il
giovane rumeno ha fatto alla povera Giovanna Reggiani
a Roma? Al di là dell’emozione bisogna però usare la ragione. I funzionari
della polizia romena con i quali collaboriamo nel
rimpatrio delle giovani romene da noi liberate (nel 2006 ne abbiamo riportate
in patria 60) ci dicono: “I lupi feroci siete voi italiani'’. Che dire? Il solito Don Benzi. Che mente sulla schiavitù, generalizzando e sparando dati a casaccio.
Che considera i clienti addirittura “criminali”. Che ha lodevoli accenti di
solidarietà verso gli emarginati (testimoniati da tante cose buone che ha
fatto con la sua associazione), ma che sulla prostituzione è moralisticamente
e ciecamente inflessibile, nella sua ossessione sessuofoba. Don Benzi, certamente, ci mancherà. Lo dico sinceramente: è con emozione che ho scritto questo ricordo di
lui, di un uomo che non ho conosciuto personalmente ma che, a suo modo, in
questi anni è stato un mio riferimento, anche se in negativo. Non ci mancheranno le sue idee sulla prostituzione, però. Quelle idee dovrebbero morire con lui, affichè questo paese faccia un
passo avanti su quel tema. Non ho molte speranze che ciò accada. Don Benzi era certamente il più attivo propugnatore di un certo modo
repressivo, moralistico ed ideologico di affrontare la prostituzione, ma non
era il solo. Qualcuno certamente continuerà la sua opera di criminalizzazione della
prostituzione, dentro e fuori la sua associazione, vedremo se con lo stesso
successo mediatico. Non ci si stupisca se capiterà che anche in
futuro continueremo a definire certe posizioni come idee “alla Don Benzi”. Non possiamo, in tutta onestà e sincerità, non rifiutare le idee del
sacerdote riminese sulla prostituzione, non possiamo non ribadire che era
portatore di una visione totalmente illiberale di come lo Stato deve
confrontarsi con le scelte personali dei cittadini. Ricordiamo però Don Benzi anche per ciò che di buono ha fatto, per la
difesa ed assistenza di quella assoluta minoranza di prostitute che sono
veramente schiave, per il recupero dei tossicodipendenti, per l’assistenza ai
minori in difficoltà, per la sua battaglia per la pace. Addio, Don Benzi. Jonathan, 2 novembre
2007
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