La
ricerca e la proposta della Caritas Ambrosiana (2002).
La Caritas Ambrosiana ha presentato, nel 2002, una ricerca dal
titolo che, forse, è già indicativo del suo approccio non completamente "laico": "Comprate e vendute".
Stando a quanto
riportato dai media (http://www.cestim.it/rassegna%20stampa/02/10/05/prostituzione.htm),
la ricerca vuole proporre una "terza via" tra l'interpretazione
"donbenziana" che vede le prostitute straniere solo come schiave e quella
opposta che le vede come "libere professioniste" volontarie.
Nessuna rappresentazione "a tinte forti", ci vuole il "chiaroscuro",
dice il sociologo Maurizio Ambrosini che ha curato la ricerca.
Giusto. L'aveva già
detto quell'autorevole istituto di ricerca che è il Parsec, anni fa.
Uno si aspetta,
a questo punto, che la soluzione proposta dalla Caritas sia qualcosa
tipo:
liberare le schiave, lasciar fare nel modo migliore il loro lavoro alle volontarie e offrire
opportunità di scelta (in un senso o nell'altro) a tutte quelle che
si trovano nel "chiaroscuro", per esempio quelle che non sono state
costrette con la forza ma non hanno (o non hanno ancora) scelto la prostituzione
come professione "definitiva".
Macchè.
La "soluzione",
secondo la Caritas, è quella di rifiutare sia la messa fuori legge della
prostituzione e la punizione dei clienti, sia la regolamentazione del
"mestiere" della prostituzione.
Ci viene detto che "la terza via, lunga e faticosa, vuole
«persuadere e convincere», punta a sostenere le donne intenzionate
ad uscire dal giro".
Ohibò! E quelle NON intenzionate ad uscire dal giro?
Quelle non le sosteniamo? O, almeno, non riteniamo che ci siano diverse
cose da sistemare (ovvero regolamentare) per consentire alle volontarie
di lavorare in sicurezza ed autonomia?
E che facciamo con quelle del "chiaroscuro" che invece di "uscire dal
giro" decidono di rimanerci e vorrebbero farlo in condizioni migliori?
"Serve un'interpretazione non micragnosa dell'articolo 18 della Turco
Napolitano. La Bossi Fini l'ha mantenuta, ma se il permesso di soggiorno
per ragioni umanitarie viene concesso solo alle donne che denunciano
i loro sfruttatori i risultati sono modesti. Il permesso dovrebbe premiare
chi smette di prostituirsi, punto e basta." dice il direttore della
Caritas Ambrosiana don Virginio Colmegna.
PUNTO E BASTA?
A parte il fatto che quell'articolo 18 prevede già che non sia necessario
denunciare gli sfruttatori per avere quel permesso di soggiorno e perciò
c'è solo da chiedere che venga applicato correttamente, come si può
pensare di lasciare abbandonate a sè stesse quell'80-90% che schiave
non sono e che pertanto, avendo liberamente scelto di prostituirsi,
non vorrebbero lasciare un'attività certamente lucrosa ma farebbero
volentieri a meno di doverlo fare in condizioni precarie, rischiose
e semiclandestine?
Premiamo quelle che vogliono "uscire dal giro" e implicitamente puniamo,
lasciandole formalmente a sè stesse ma in realtà lasciandole in mano
ad organizzazioni equivoche se non criminali, quelle che vorrebbero
autonomamente prostituirsi?
Non siamo a Don Benzi, d'accordo, ma non siamo neppure molto più in
là ...
Certo, da una ricerca della cattolicissima Caritas è difficile attendersi
posizioni molto più coraggiose.
Però ci potevano almeno essere risparmiate "perle" anti-regolamentazione
tipo "in una cooperativa presieduta dalla donna del magnaccia
albanese o dalla «madame» nigeriana le prostitute non se la passerebbero
comunque bene".
Mai pensato che il punto è che la cooperativa (che tra l'altro, è bene
ricordarlo, è per sua natura un'organizzazione paritetica) sarebbe ufficialmente
"registrata", con tanto di sede e identità dei soci, e quindi
non ci sarebbe più per i delinquenti la copertura della clandestinità?
E che la stessa
"donna del magnaccia albanese" o la stessa "madame nigeriana" sarebbero
facce e nomi noti anche alle forze dell'ordine, al pari delle loro potenziali
vittime, e non potrebbero facilmente schiavizzare nessuno in quella
cooperativa?
E che se anche gli schiavisti riuscissero a rimanere nell'ombra, cercando
dalla clandestinità di costringere delle donne a prostituirsi,
l'istituzione di strutture legali ufficialmente riconosciute
come le cooperative (ma non solo) darebbe una formidabile alternativa
legale a quell'80% di prostitute volontarie che perciò
potrebbero fare a meno delle bande senza scrupoli che oggi sono l'unico
"canale" che permette loro di soggiornare ed esercitare semiclandestinamente
in Italia?
E ci potevano essere risparmiate "perle" come: "L'Olanda,
legalizzando la prostituzione di chi è già presente sul territorio,
ha reso ancor più debole la condizione delle clandestine".
Affermazione che contiene un fondo di verità, beninteso.
Ma che si risolve
immediatamente con una concretissima soluzione: la concessione del
permesso di soggiorno per lavoro alle prostitute volontarie.
E guarda caso, nel 2001 la Corte Europea di Giustizia si è espressa
in questo senso, a favore del ricorso presentato da prostitute
ceche e polacche alle quali era stato precedentemente rifiutato il permesso
di soggiorno in Olanda! (http://www.dweb.repubblica.it/archivio_d/2001/12/11/attualita/dalmondo/028lib28028.html
oppure http://www.rferl.org/nca/features/2001/11/22112001080356.asp)
Eh si, anche in
Olanda le cose stanno comunque marciando, e bene, nella direzione della
completa legalizzazione e lo si capisce anche da queste cose.
Ma queste cose le organizzazioni cattoliche italiane, anche quelle non
oscurantiste, sembrano volerle ignorare o, peggio, far finta di ignorare
...
Jonathan, 15 novembre 2002