Manifesto per la legalizzazione degli Eros Center, la depenalizzazione e la regolamentazione della prostituzione organizzata in Italia.

 

 

 

“Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinibus.”

(Togli via le meretrici dalla vita umana e guasterai tutto col malcostume.”)

 

Sant’Agostino, “De Ordine”, Liber II, 4.12

 

 

 

 

IL MANIFESTO.       

 

Questo Manifesto vuole esplicitare ed inquadrare storicamente le ragioni che mi hanno portato a scrivere la Petizione per la legalizzazione degli Eros Center, la depenalizzazione e la regolamentazione della prostituzione organizzata in Italia

(vedi http://jonathanx.altervista.org/petizione/petizione.html , che rimanda al link diretto della petizione: http://www.petitiononline.com/legprost/petition.html).

 

 

 

LA SITUAZIONE STORICA.

 

Bisogna ricordare qual è la situazione storica che ha portato la prostituzione in Italia ad essere gestita o, meglio, non gestita come è oggi.

 

Da oltre quindici anni, avvenimenti epocali come la caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione e l'aumento della mobilità internazionale delle persone hanno portato a grandi cambiamenti socio-politici.

Questi fatti hanno avuto un effetto diretto quasi immediato anche su un'aspetto della vita sociale italiana, la prostituzione, che da oltre trent'anni era regolato da una vecchia legge, scritta per un Italia profondamente diversa dall'attuale, legge che peraltro già da tempo mostrava segni di cedimento di fronte alla realtà.

 

La prostituzione in sé, in Italia, è legale.

Sono illegali alcuni aspetti, come lo sfruttamento, il favoreggiamento e l'adescamento, ma vendere e acquistare prestazioni sessuali è lecito.

La Legge Merlin, però, legge ideologica ma non repressiva, moralista ma non criminalizzatrice, abolendo nel 1958 le vecchie (e certamente criticabili) "case chiuse" e proibendo quindi la prostituzione organizzata al chiuso ha lasciato un vuoto che ha portato ad una situazione di "legalità mal sopportata", con le strade della penisola trasformate in quartieri a luci rosse a cielo aperto, solo parzialmente controllabili e fonti di disagio per tutti, dai cittadini alle prostitute stesse.

Una situazione che da sempre in Italia ha oscillato tra accettazione e repressione, solitamente in balia delle "pruderie" moralistiche di sindaci e prefetti oppure della loro tolleranza, con l'uso spesso grottesco di strumenti del tutto impropri (e peraltro dichiarati illegittimi dalla Cassazione) quali le multe ai clienti al fine di "combattere la prostituzione" (intento di contrasto che, stante la legalità della prostituzione, è di per sè illegale).

 

Oggi, ad addirittura cinquant'anni di distanza dalla sua approvazione, la Legge Merlin è palesemente inadatta ad affrontare i cambiamenti sociali derivanti dall'enorme incremento dei flussi immigratori volontari.

Flussi che sono sempre più favoriti dal progressivo cadere delle barriere alla libera circolazione delle persone e dalla volontà di tanti di migrare al fine di cercare migliori occasioni di benessere economico.

 

Men che meno è attuale la Convenzione ONU del 1949 (obsoleta, moralista, proibizionista, firmata da meno della metà dei membri ONU e disattesa perfino da molti paesi che la firmarono e che ora hanno legalizzato, per esempio la Spagna), alla quale spesso si rifanno gli oppositori della legalizzazione.

Convenzione che lo stesso Parlamento Europeo in una sua risoluzione ufficiale ha dichiarato "superata e inefficace" e "da sostituire con una nuova convenzione, ponendo in primo piano coercizione e raggiro".

Ovvero: si punti l'accento sulla necessità di combattere la prostituzione coatta, non quella volontaria.

 

 

LE RISPOSTE.

 

La sfida imposta alla gestione della prostituzione è stata negli anni scorsi affrontata da molti paesi, in Europa e nel mondo, con soluzioni legislative variamente ispirate.

 

Alcuni paesi, come Olanda e Germania, sono stati enormemente facilitati in questo dall'avere da molto tempo una qualche forma di regolamentazione di fatto: per questi paesi è stato relativamente facile passare da una regolamentazione "de facto" ad una "de jure", passare da Eros Center (ovvero moderne e dignitose "case chiuse") prima tollerati e non criminalizzati ad Eros Center pienamente legalizzati, quartieri a luci rosse legali ed anche, in certi casi, a zone ufficialmente dedicate alla prostituzione di strada, localizzate in modo da non causare disagio alla cittadinanza.

Ma anche molti altri paesi nel mondo, citiamo solo l'Austria, la Svizzera, l'Australia, la Repubblica Ceca, la Nuova Zelanda, la Spagna e perfino la cattolicissima Polonia, hanno scelto la strada della legalizzazione/decriminalizzazione della prostituzione, ammettendo anche la legalità di strutture come gli Eros Center.

 

In tutti questi paesi, molti dei quali hanno un mercato della prostituzione di dimensioni impressionanti (almeno 200.000 prostitute stimate in Germania, forse altrettante in Spagna, oltre 20.000 nella piccola Olanda) e di per sé di non facile gestione, la prostituzione così regolata non causa alcun allarme sociale.

In questi paesi la prostituzione di strada è ridotta ai minimi termini (solitamente attorno al 5-10% del totale delle prostitute; per confronto, la stima per l'Italia varia dal 30% al 50%, e quest'ultimo valore probabilmente è il più realistico) e in molti casi la ridotta percentuale ancora esistente è confinata per legge in apposite zone lontane dalle abitazioni civili. E la prostituzione sulla pubblica via non è quindi assente tanto per divieti di legge, quanto per il fatto fondamentale che in quei paesi esistono strutture legali al chiuso (Eros Center, Clubs, quartieri a luci rosse e "vetrine") che ricoprono, con molti maggiori controlli sanitari e di polizia e condizioni di lavoro e sicurezza molto migliori, lo spazio che in Italia è coperto dalla prostituzione di strada.

Queste strutture sono la cosa che sfruttatori e trafficanti di schiave temono di più, sia perchè esse offrono alle prostitute immigrate dei luoghi di lavoro legali, liberandole dalla necessità di appoggiarsi ad organizzazioni criminali per motivi logistici, sia perchè chi vuole diventare "imprenditore del sesso" e aprire un Eros Center è ovviamente costretto a presentare una fedina penale immacolata e poi ad essere sottoposto a periodici controlli di Polizia, oltre che a controlli sulla salubrità e sicurezza del luogo di lavoro. E, naturalmente, le prostitute che operano in quelle strutture legali devono essere rigorosamente maggiorenni.

Nonostante che a volte i criminali tentino comunque di controllare anche prostitute che lavorano nelle strutture legali, la situazione delle donne che lavorano negli Eros Center è certamente molto migliore che non all'aperto e di quando manca la legalizzazione (o addirittura di quando c'è la criminalizzazione). E questa situazione, se ben regolata, prende generalmente la via di un progressivo ulteriore miglioramento, come riscontrato anche sia dall'approfondito studio comparativo condotto nel 2004 dal Governo Norvegese tra la legalizzatrice Olanda e la criminalizzatrice Svezia, sia dal recentissimo rapporto 2007 del governo olandese stesso sugli effetti della legalizzazione in quel paese.

Lo stesso Parlamento spagnolo, nel maggio 2007 e al termine di tre anni di lavoro, ha valutato opportuno mantenere l’attuale situazione di depenalizzazione, che consente gli Eros Center (“Clubes de alterne”).

Non è un caso se nei paesi che hanno depenalizzato, legalizzato e regolato sono le prostitute stesse a supportare tali forme di legalizzazione.

 

L'esperienza dimostra che se a prostitute e clienti è data la possibilità di incontrarsi in luoghi chiusi, sicuri, confortevoli e con ampia possibilità di contatto, la prostituzione di strada crolla ai minimi termini e tutto il fenomeno è molto più controllabile e gestibile.

 

L'esperienza dimostra anche che la legalizzazione è la strada maestra per ridurre gli aspetti criminali associati ai fenomeni sociali, mentre al contrario la criminalizzazione e il proibizionismo non fanno che alimentare la delinquenza.

Basti pensare al proibizionismo sugli alcolici negli Stati Uniti, negli anni Venti del secolo scorso, che non fece altro che alimentare enormemente il contrabbando, le rivendite clandestine e la crescita delle organizzazioni criminali. Quando finalmente il Congresso degli Stati Uniti prese atto della realtà dei fatti e, revocando il proibizionismo, fece crollare la base su cui si reggevano gli imperi criminali, erano trascorsi 14 anni costellati di crimini efferati, di violenze, di minacce e di corruzione.

E tutto questo senza minimamente diminuire il consumo di alcolici, anzi! Il consumo di alcolici durante il proibizionismo salì a livelli mai toccati prima e ciò in una situazione di clandestinità che non solo consentiva ai criminali di arricchirsi (in certi casi anche producendo alcolici pericolosamente adulterati), ma lasciava libero accesso a questi prodotti, nei locali clandestini privi di controllo, a categorie prima escluse dai locali pubblici legali (come le donne, attirate anche dal fascino stesso del "proibito").

Una lezione, questa, che dovrebbe essere sempre ricordata a chi propone soluzioni proibizioniste per la prostituzione, basate su utopie moralistiche: al di là di ogni considerazione sulla loro legittimità giuridica ed etica, queste soluzioni di norma non raggiungono i loro obiettivi e, peggio, creano situazioni che aprono spazi alle organizzazioni criminali.

 

I paesi che invece non hanno seguito la strada della legalizzazione e della decriminalizzazione si trovano oggi ad affrontare un fenomeno che diventa "problema" principalmente perchè non regolato, mal regolato o affrontato secondo ottiche ideologiche e moraliste.

 

E' il caso della Svezia, dove una legge repressiva e fallimentare di stampo puramente ideologico-femminista (con inconfessate motivazioni xenofobe aggiuntive) ha peggiorato la sicurezza di prostitute e clienti, senza neppure riuscire a ridurre il mercato della prostituzione (come testimoniato anche da dati ufficiali della Polizia svedese rilasciati a fine 2006) e questo nonostante la piccolezza di quel mercato stesso, che di per sè dovrebbe essere facilmente gestibile. Un mercato che è un ventesimo di quello stimato in Italia, dove una legge analoga, che ogni tanto qualcuno propone per il nostro paese, farebbe gravi danni a livello di sicurezza sociale.

La Svezia, con la sua scelta repressiva ideologica e del tutto distaccata dalla realtà, si è creata un problema dove problema in realtà non c'era. Proporre un'analoga scelta per l'Italia è da irresponsabili.

 

E' il caso dell'Italia, paese in grave ritardo, dove gran parte della classe politica si ostina a non riconoscere il carattere obsoleto e superato della Legge Merlin, ignorando anche tutti i sondaggi di opinione che da almeno dieci anni rilevano la richiesta della netta maggioranza degli italiani di "riaprire le case chiuse" (non necessariamente nella forma che avevano).

E, quel che è peggio, a giustificazione di questo atteggiamento miope accetta acriticamente affermazioni sullo schiavismo generalizzato delle prostitute, che i ricercatori, i sociologi e le forze dell'ordine stesse sanno essere palesi mistificazioni.

 

 

DIECI ANNI DI MISTIFICAZIONI.

 

In Italia, infatti, da oltre dieci anni la discussione sull'argomento è pesantemente inquinata da un fattore propagandistico-ideologico che non trova forse, per estensione e riscontro mediatico, analogia al mondo (tranne probabilmente nella fallimentare esperienza svedese, promossa dalla propaganda ideologica femminista).

Da oltre dieci anni una martellante campagna mediatica, sostenuta e mai contestata da un giornalismo italiano che in gran parte ha perso ogni capacità critica e di inchiesta, ha cercato di convincere gli italiani soprattutto di una cosa: che la pressoché totalità delle prostitute straniere in Italia sono "schiave del sesso", costrette a prostituirsi contro la loro volontà.

 

Questa affermazione, chiave di volta di tutte le proposte proibizioniste e repressive, è palesemente e dimostrabilmente falsa, ma alla gente questo non viene mai detto.

 

Alla gente non viene mai detto che tutte le serie ricerche sociologiche fatte sull'argomento in questi anni (quelle pluriennali dell'istituto di ricerca Parsec, quella del Censis, quella della Fondazione Cesar, ...), con coinvolgimento conoscitivo anche di centinaia di operatori sociali specializzati, affermano che la percentuale di prostitute straniere schiave, ovvero non volontarie, si aggira solo dall'8 al 15% circa del totale, mentre l'80-90% circa è volontaria.

Dove volontaria si intende che ha scelto volontariamente di prostituirsi, anche se oggi è quasi sempre costretta ad appoggiarsi suo malgrado ad un "protettore", per poter entrare, soggiornare ed esercitare in Italia. E che quindi, se si eliminasse il "protettore" e le fosse consentito rimanere legalmente a prostituirsi, lo farebbe ben volentieri.

Alla gente non viene mai detto che i politici dovrebbero conoscere perfettamente questo fatto, e non invece ignorarlo o far finta di ignorarlo, visto che anche l'indagine conoscitiva promossa qualche anno fa dalla Commissione Affari Sociali della Camera è arrivata ad una stima perfettamente analoga.

Alla gente non viene mai detto che la Polizia stessa concorda con questa stima, come pubblicamente affermato di recente dal vice capo della Polizia nonché responsabile nazionale della lotta alla tratta delle persone, ovvero la persona di più alto grado in carico alla questione, che ha chiaramente detto che la tratta riguarda solo il 10% circa delle prostitute in Italia.

Alla gente non viene mai detto che perfino i risultati di grandi operazioni di Polizia dimostrano che le prostitute schiave sono una nettissima minoranza. Si veda la gigantesca e pubblicizzatissima maxi-operazione "Spartacus" (ottobre 2006-gennaio 2007), la più grande mai condotta in Italia in quest’ambito, propagandata come "la liberazione delle schiave" e che invece, a fronte di circa 2100 (DUEMILACENTO) sfruttatori tra arrestati o denunciati, corrispondenti ad un mercato di MIGLIAIA di prostitute da loro gestite, ha riscontrato solo 45 (QUARANTACINQUE) donne riconosciute in stato di costrizione. Numero, guarda caso, che i media italiani hanno seminascosto, nonostante fosse l'obiettivo dichiarato dell'operazione.

Ancora una volta, la propaganda ideologica, la superficialità e il conformismo hanno vinto e la verità ha perso.

 

Alla gente viene invece detto, dalle lobby ideologiche anti-prostituzione, che tutte le prostitute che vedono per strada sono "schiave" e che i clienti sono quindi "complici dello schiavismo", pertanto da criminalizzare.

Ma la premessa è falsa e, al di là di ogni altra considerazione giuridica ed etica, la conclusione è quindi arbitraria e del tutto ingiustificata.

 

La realtà dei fatti è che non è affatto vero che la grande maggioranza delle prostitute straniere è schiava.

Al contrario la stragrande maggioranza della prostitute straniere, come risulta da tutti gli studi seri fatti, è volontaria, viene in Italia volontariamente a prostituirsi, così come altrettanto volontariamente va a farlo in Olanda, in Germania o in Spagna e come volontariamente tante italiane scelgono quel lavoro.

Le prostitute straniere avrebbero solo bisogno di essere liberate dalla necessità di appoggiarsi ai "magnaccia", cosa che si può avere solo istituendo strutture legali dove prostituirsi.

Ma questo agli italiani non viene mai detto, nonostante esista una miriade di riscontri oggettivi a sostegno di ciò.

 

A corollario di questa continua mistificazione, coloro che la propagandano sono quasi sempre anche coloro che si oppongono ad ogni regolamentazione e legalizzazione, sole concrete possibilità di ridurre ancor più lo spazio per gli elementi criminali, che oggi prosperano proprio sulla mancanza di strutture pubblicamente riconosciute nelle quali le prostitute straniere possano venire a prostituirsi legalmente.

 

 

QUALE SOLUZIONE PER L'ITALIA?

 

Una volta che ci si è resi conto della realtà dei fatti e della necessità di affrontare il tema in modo non ideologico bensì pragmatico e razionale, è relativamente facile affrontare il "problema" della prostituzione in Italia.

 

E' facile perchè, in realtà, esistono all'estero moltissimi esempi ben funzionanti, tra i quali quelli sopra citati.

Per "risolvere il problema" della prostituzione in Italia, non dobbiamo inventare nulla: basta andare a vedere come lo hanno risolto all'estero e sfruttare quelle esperienze, cercando di evitare i pochi errori commessi e prendendo quanto di buono c'è in quelle realtà, che è tanto, e che meglio si adatta alla realtà italiana.

 

Risolvere il "problema" si riduce, alla fine, a dare risposta alle esigenze di offrire sicurezza, dignità e legalità alle prostitute straniere, colpendo con forza il residuo e minoritario aspetto criminale del mercato della prostituzione, allo stesso tempo consentendo alle prostitute italiane di continuare ad operare, come già oggi accade, in piena autonomia, da libere cittadine che fanno una libera scelta.

Facendo ciò in modo da spostare al chiuso, meglio se in apposite strutture, la prostituzione attualmente in strada, si risponde anche all'ulteriore esigenza di consentire ai cittadini italiani non interessati alla prostituzione di non essere disturbati da tale fenomeno.

 

Questo approccio non può essere disgiunto dal riconoscimento che la compravendita di prestazioni sessuali, liberamente scelta da adulti consenzienti, non è altro che un aspetto delle libere scelte personali sulla sessualità, riguardanti la vita privata, ovvero qualcosa di assolutamente legittimo, personale e ingiudicabile da altri, e che, in uno stato laico e rispettoso dei diritti umani, ciò non può essere sottoposto ad ingerenze e proibizioni giustificate da motivazioni etiche.

 

Se ciò sia dignitoso o meno, moralmente accettabile o meno, vantaggioso o meno, piacevole o meno, può e deve essere deciso solo dalle persone interessate, prostitute e clienti, giacché i parametri di giudizio, nella sessualità come in tutte le altre sfere della vita privata, sono infinitamente soggettivi e non devono riguardare lo Stato o il giudizio della pubblica opinione o, peggio, delle diverse e pur legittime visioni religiose, etiche e ideologiche.

Qualunque sia la personale prospettiva di ogni cittadino sull'amore, sul sesso, sulla religione e sulla morale, e qualsiasi cosa se ne pensi, la prostituzione resta dunque, oggettivamente, una libera espressione della sessualità degli individui, proibire la quale, quando riguarda persone adulte consenzienti, violerebbe il diritto di autodeterminazione di donne e di uomini.

Si può deprecare la prostituzione in sé, ma non si può ritenere di possedere il diritto di imporne il divieto ad altri, non più di quanto si abbia il diritto di vietare ad altri forme di sessualità personalmente non gradite.

I politici, in primo luogo, hanno la responsabilità di ricordare sempre (e far ricordare) questa cosa, che è un elementare principio di democrazia e di rispetto dei diritti umani.

 

Il riconoscimento dei diritti di libera scelta personale, anche sessuale, peraltro garantito dalle convenzioni sui diritti umani, implica anche il riconoscimento della dignità di prostitute e clienti come persone e cittadini a pieno titolo.

Devono perciò essere combattute tutte le forme di stigmatizzazione morale su prostitute e clienti e, a maggior ragione, deve essere riconosciuto come illegittimo ogni sostegno diretto o indiretto dato a tali azioni moralistiche da parte di apparati e rappresentanti dello Stato, che devono astenersi dal prendere posizione o compiere azioni su base etica.

 

E' dovere dei politici tenere sempre in considerazione il fatto che i clienti sono cittadini a tutti gli effetti, con pieni diritti, non minori di quelli dei cittadini che si esprimono negativamente sulla prostituzione.

E' dovere dei politici ricordare che i clienti non sono una categoria para-criminale ma che sono persone normalissime che appartengono a tutte le categorie sociali e che sono normalmente rispettosi delle leggi, cosa peraltro che dovrebbe essere ovvia anche considerando la vastità del fenomeno (se davvero in Italia ce ne sono nove milioni, vuol dire che in media c'è un cliente ogni due famiglie).

Ed è dovere dei politici ricordare sempre (e ricordare a tutti) che i clienti, usufruendo della prostituzione, non commettono alcun reato.

I politici, ma anche tutti gli altri cittadini, dovrebbero ricordare che i nostri padri, nonni e bisnonni sono stati tutti "clienti" e nessuno si permetteva di definirli "mascalzoni", men che meno "criminali".

E che il fatto che usufruissero della prostituzione in strutture legali controllate e al chiuso, senza poter in alcun modo essere accusati di favoreggiamento verso la criminalità, è in sé un eccellente motivo per la legalizzazione della prostituzione organizzata e degli Eros Center.

 

Infine, nessuna forma di regolamentazione della prostituzione può avere successo se ignora la realtà dei fatti, le esigenze e le opinioni delle prostitute e viene portata avanti su basi preconcette, ideologiche o utopistiche.

Le prostitute, soprattutto le prostitute straniere, che costituiscono il cuore del problema, dovrebbero essere quindi coinvolte in ogni progetto di riforma delle leggi sulla prostituzione.

 

 

Riconosciuta la situazione sopra descritta, si è quindi deciso di pubblicare on-line la Petizione, per consentire ai cittadini interessati di sottoscrivere una proposta volta a legalizzare e regolamentare la prostituzione organizzata in strutture al chiuso, ovvero gli “Eros Center”.

 

 

La Petizione può essere firmata on-line alla pagina: http://www.petitiononline.com/legprost/petition.html

 

 

Jonathan, maggio 2007